lunedì 8 giugno 2009

Artisti Vari, "No more rainy days"

I cd che la Compagni Musicale di Paolo Di Sarcina aveva pubblicato per la Polosud “Kammermuzak” e “Veleno” rispettivamente nel 1996 e nel 2002 non mi avevano particolarmente colpito.

Sì certo, si coglieva appieno lo spirito eclettico del compositore, la sua ironica curiosità, il suo essere e mantenersi aperto alla diversità e alla differenza in termini sia di generi che di materia sonora.

Ma tutti e due i cd erano pervasi di una malinconia blues che un intero ascolto di oltre 50’ e passa non riuscivano ad elevare al di là delle nobili dichiarazioni degli incipit.

Non ho avuto purtroppo il piacere di potere vedere, nel corso delle mie frequentazioni degli studi di Ninni Pascale, questa bella persona negli occhi, ma l’ascolto di questa straordinario lavoro musicale “No more rainy days” mi ha permesso di cogliere almeno parte dell’impressionante energia umana che Di Sarcina è riuscito a trasferire agli amici musicisti che lo hanno cantato e suonato nel cd.

Innanzitutto voglio appunto sottolineare che se questo processo di comunicazione musicale è giunto a me con tanto impeto e senza apparenti “disturbi sul canale” significa che la vita di quest’uomo non solo non è stata affatto vana, ma un privilegio per chi lo ha potuto avvicinare.

Dovete comprare questo cd perché sono tot minuti di un’iper compagnia musicale, eterogenea per estrazione e formazione, che tirato un palco nel deserto dei cuori solitari, come la banda del Sergente Pepe, spazza le nuvole dal cielo e trasforma l’incredulità per la morte dell’amico in una festa coloratissima, piena di dinamiche emotive e di eccezionale freschezza espressiva.

L’antologia, ma il termine è estremamente riduttivo, permette di apprezzare, riascoltare o di conoscere per i più distratti i nomi più apprezzati tra gli artisti e tra gli organici musicali dell’area napoletana degli ultimi vent’anni: Marco Zurzolo, Maria Pia De Vito, Daniele Sepe, AndreaSbanda, Walhalla, Enzo Nini per nominarne solo alcuni.

Ciascuno di loro ha interpretato secondo la propria sensibilità una delle tante composizioni di Di Sarcina, traendole da registrazioni dal vivo, dai lavori di studio o da opere teatrali.

Ma tutti sono saliti sulla Woodstock postuma di un artista che, ripeto e a mio giudizio, mai come prima riesce a prendere le distanze dai propri blues per confermarsi un grande autore.

Ascoltate la presentazione del cd.

Tra i brani che sono entrati nella mia playlist personale voglio citare “L’Amoureuse” che Marco Zurzolo e Luca Toller hanno rielaborato per la compilation. Un valzer lento per archi e sassofono sentito, forse, dagli interpreti come il commento musicale ai titoli di coda su un incrocio rubato di caviglie e scarpe lucide separate solo dall’assolo di Zurzolo, molto breckeriano. “Dinamo” cantata da 666 & Capone, uno ska elettro-pop che ricorda gli esperimenti mid ’80 di Roberto Colombo seguito dalle improvvisazioni vocali rarefatte di Maria Pia De Vito per “Icaro”. Dummy sorrow è invece un british calypso risalente al 1986 scritto in inglese ed eseguito da un organico, i Queeny, il nome di una delle tante reincarnazioni della Plastic Ono Band nostrana che ruota intorno ad un cenacolo di musicisti tra i quali ritroviamo ad esempio Andrea Campese dell’AndreaSbanda.

Conseguenze narrative disilluse, passaggi di scena repentini, emozioni dentro al vicolo e festa di quartiere, grandi cori, bande e un pizzico di british pop.

Insomma, il nuovo straordinario album, mi raccomando da ascoltare ad alto volume, di un artista che si è ritirato un po’ troppo presto. Buon ascolto.

Angela Luce, "Luce per Totò"

Dodici composizioni del Principe napoletano della risata, offerte alla generosità vocale di una Signora dello spettacolo italiano, Angela Luce, che ha avuto la fortuna di incrociare lungo le strade fortunate del suo lungo destino artistico Totò, appunto.

Nel prezioso booklet che accompagna il suo secondo cd per la Polosud RecordsLuce per Totò” Angela Luce ricorda con molta emozione – come lei stessa ha sottolineato – di quando Totò le chiedeva affettuosamente di chiudere in fretta le scene dei film che stavano girando a

ssieme per permettere “ad Angelì” di cantare al Principe una canzone che gli ricordasse “ ‘addore ‘e Napule

E allora come rendere onore alla immortale gloria di questa icona della risata di cui si ricordano e si continuano a cantare ogniddove i versi scritti per melodie che appartengono al patrimonio della musica internazionale?

Facendone risuonare il più possibile l’interesse per la Vita e l’Amore che il quartetto più fiati capitanato da Antonio Armagno al pianoforte e Marco Zurzolo al sassofono ci permettono di apprezzare senza riserve o paura di essere giudicati zelanti nei confronti di evergreen come “Malafemmena” e “Che me diciste a ffà”.

Ma su tutto e su tutti spicca la prepotenza del calore che Angela Luce infonde alle trame di misurato eros che Totò sapeva scrivere pensando alla cosa più bella e imperscrutabile che Dio ha saputo fare dopo sé stesso: la Donna.

La Donna, la bramosia per essa e gli inutili quanto indispensabili tormenti che l’amore carnale riecheggia in odori, profumi, vertigini solitarie e forti contrasti grazie all’ineffabilità della musica.

Quasi a ricreare quel clima sottinteso di affettuoso incarico che Totò si prendeva nel momento in cui metteva fine ai suoi appunti, alle sue istantanee sulla femminilità, il ricco vibrato della voce di Angela suona sicuro, chiaro quasi a declamare su un tappeto di ritmi salsa, latin jazz che a Napoli non solo sono a loro completo agio, ma che sarebbero quasi potuti nascere qui se Napoli fosse nata oltre oceano.

Tra gli episodi più riusciti della produzione ad opera della stessa Angela Luce, di Ninni Pascale, di Antonio Armagno e di Marco Zurzolo mi piace citare l’arrangiamento di “Tu sì tutto pè mme” girata in una slow tammurriata a cui fa da contrappunto la presenza del sax di Marco Zurzolo.

Sax che in tutto il cd veste abiti che consegnano il repertorio tanto alla folkografia locale più nota quanto alla musica da ballo anni cinquanta con una dinamica di cambi di scena da varietà dove sia Angela Luce che Totò si incontrano di nuovo per il nostro piacere e la nostra memoria.

domenica 7 giugno 2009

Dente – “L’amore non è bello”

Della serie “Niente si crea e bla bla bla”, sgombriamo subito il campo da ogni tentennamento o mediazione di comodo.

Qui non abbiamo niente di trascendentale da recensire o un nuovo eroe per sostituire Modugno nel panorama del futuro, che tra l’altro brilla di luce propria.

Voglio parlarvi di Dente, un artista che non si taglia le vene, non allunga (per ora) il brodo delle sue composizioni con false tendenze esterofile, canta in italiano, un bell’italiano, arguto e poetico, e ha anche la faccia di un bravo ragazzo con un largo ciuffo che dondolando al suono dell’acustica irrita o all’uopo colora le sue performance dal vivo.

E’ del ’76, nasce a Fidenza e il suo vero nome è Giuseppe Peveri, Ok, il resto dei dati anagrafici ve li andate a cercare da soli sul web.
Il suo esordio artistico avviene nel 2006, ma è dell’anno successivo la pubblicazione dell’album “Non c’è due senza te”, la prova che lo espone agli “entusiasmi della critica e del pubblico”

L’amore non è bello” di Dente è il suo ultimo cd e nello stesso tempo il primo per l’etichetta Ghost Records di Varese, un album godibile perché ben suonato, sufficientemente ammiccante nella sua orecchiabilità da essere al tempo stesso radiofonico e oggetto di ascolti ben meno distratti, addirittura colti.

Intelligente nell’accezione del rispetto delle fonti che possono averlo ispirato a livello musicale – gli echi delle trasformazioni compiute, da uno come Lucio Battisti ad esempio, all’ R’n’B, al soul, al funky, al prog italiano – mentre per i testi ve lo dirò la prima volta che lo incontro :). Diciamo che domina il gusto per i giochi di parole, il prendere tempo e distanza dal logorio dell’enfasi emotiva, dei tormenti d’Amore e dei luoghi comuni in cui s’intrappolano le relazioni.

Qualche esempio? Prendete il titolo del lavoro – L’amore non è bello - che funziona come un presunto paradosso o il ritornello di A me piace lei “A me piace lei/e lei piace a me” una tautologia sintattica che forse ha il solo divertito scopo di sorridere di e con. Ammesso che abbia uno scopo.



Il cd si poggia su un organico essenziale – batteria, chitarra acustica ed elettrica, basso e tastiere – suonato dal vivo in studio, a cui è stata aggiunta la presenza qui & là di un paio di trombe e il raddoppio della voce di Dente.

Trovo superfluo perorare la causa di questa o quella canzone perché l’album merita un ascolto in toto, consigliandolo ad amici e parenti e anche ai programmisti radiofonici dei network nazionali per vedere se è vero – ma non è così – che è il mercato cioè gli ascoltatori ad indirizzare la definizione della playlist.

Quando la musica si fa clandestina in patria - Parte 1

Nei mesi immediatamente successivi all’ultima edizione del festival di San Remo, è – come si suol dire con gergo giornalistico – “scoppiata” la polemica sulla partecipazione del gruppo degli Afterhours alla rassegna, reazione in fondo auspicata dagli stessi musicisti che assieme ad un gruppo della cosiddetta area “alternativa” della musica prodotta e suonata in Italia hanno dato vita all’iniziativa su cd intitolata “Il Paese è reale”.

Un primo tema che mi interessa portare alla vostra attenzione riguarda innanzitutto il tentativo di legittimazione culturale dei presupposti socio-economici che hanno favorito la proposta.
Ovvero l’esistenza, agli occhi di un pubblico più vasto e massificato, di diversi livelli di culture musicali “altre” completamente ignorate in Italia dalle grandi reti mediatiche televisive e radiofoniche, cioè le principali fonti da cui trae conoscenza, informazione ed infine la propria identità il consumatore medio.

Non ci è dato di sapere quanto quella veloce incursione di Manuel Agnelli e compagni (gli Afterhours) durante la prima serata della kermesse sanremese abbia inciso nel gusto, nella memoria o nella pazienza del pubblico in sala o di quello oramai distratto e svogliato delle case – così come lo definiscono i critici televisivi.

"Riprendere Berlino" dal cd degli Afterhours "I milanesi ammazzano il sabato", 2008



Certo è gli autori dello spettacolo hanno saputo dare un microfono e un palcoscenico autorevole a chi – e l’elenco degli artisti delle etichette indipendenti sarebbe lunghissimo – si è meritato il riconoscimento artistico della propria resistenza umana e professionale dopo decenni di militanza realmente dura.

Periodi sufficienti per consentire a qualunque altro gruppo o artista seguito da una major di affermarsi artisticamente ed economicamente al punto di potere affrontare stadi più ambiziosi del proprio percorso di ricerca.

Non mi interessa, in questa sede, entrare nell’ambito del giudizio critico delle proposte artistiche offerte nella compilation “Il Paese è reale”.

Ma visto che ci sono vi propongo due artisti che ascolto con molto piacere cioé Dente con "Beato me" e Paolo Benvegnù con "Io e il mio amore"





Da un punto di vista meramente commerciale, la novità è consistita nel fatto che questa antologia di pezzi inediti sia stata proposta da un autorevole megastore presente in Italia con la sua catena distributiva e che il prezzo del supporto fosse anche particolarmente competitivo.
Osservando gli effetti sulla composizione delle playlist dei network radiofonici più ascoltati, superata la soglia della settimana successiva all’apparizione televisiva, neanche gli Afterhours hanno resistito all’impatto dei due sistemi che regolano le strategie quotidiane di programmazione musicale.

Ovvero la costruzione da un lato di un’identità di valori sociali mediante la trama delle sequenze musicali definite dalla playlist e dal suo programmatore. Della serie “dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei.”

Dall’altra la volgare logica del più forte che compra quanti più spazi d’ascolto possibile e domina incessante per quindici giorni di seguito la piazza per promuovere l’ultima uscita.
Bene in questa acerrima lotta a chi urla più forte, non c’è spazio ed utilità per gesti e tentativi come quelli del “collettivo” del paesereale.

Il ghetto delle migliaia di appassionati è molto vivo nelle trame delle social community on line e on the ground. La musica suonata e prodotta anche, nell’accezione della ricchezza di senso che ancora fa incontrare e tiene insieme la gente.

Ma purtroppo le nuove generazioni di potenziali artisti non riescono più a vivere di musica, fatte poche dovute eccezioni.

E questo è un dato che implicitamente l’operazione degli Afterhours conclama.

Francesco Nuti: il ritorno di un grande talento

Ci sono artisti il cui successo trae giovamento dall'origine geografica o dall'appartenenza ad un movimento o alla frequentazione di un locale noto.

E di esempi di questo tipo sono pieni gli elenchi delle innumerevoli trasmissioni televisive che hanno saccheggiato dalle fonti prima citate grandi quantità di gruppi o di solisti della risata per anni, contribuendo a generare la moda del Comico altre sì detto in terra d'Albione Comedian.

L'impiego del termine anglo-sassone non vuole assumere toni di particolare interpretazione in italiano del ruolo del Comico che ra l'altro da noi ha una lunga nonché fortunata e apprezzata storia dalla rivista fino ai contenitori tipo Nonstop, DriveIn, Zelig e compagni.

Ma con il termine "Comedians", il commediografo Trevor Griffiths definì e incise nelle trame narrative di una sua famosa commedia - Comedians, appunto - il fenomeno sociale, ec0nomico e individuale che lega le speranze del talento comico alle dure leggi del circo teatrale/televisivo dove utto e niente possono segnare ascese e tramonti repentini come le correnti su un golfo.

Francesco Nuti era il segaligno dei Giancattivi - chi se li ricorda? NonStop, Enzo Trapani, 1978 - che assieme ad Athina Cenci ed Alessandro Benvenuti recitavano tra l'altro lo sketch degli allievi con la maestra.

"Buongiorno signorina maestra, Buongiorno signorina maestra, signora maestra, signora maestra, signora maestra buongiorno !!!"

Lo sketch del Gallo Rampino da "La Sberla".




Comicità surreale, garbata, che pur non chiamando deliberatamente il pubblico in causa, comunque lo invitava a mettersi in gioco, prendendo le distanze dai rapporti più consueti che erano intercorsi tra i comici delle precedente stagione, i temi e in contesti presi di mira e le attese degli spettatori.

In questo quadro, tra vicende inizialmente alterne per premesse e mediazioni con il mercato, si é mosso il genio creativo e soprattutto registico di Francesco Nuti.

A me basta, per affermare ciò, lo zoom out sull'enorme set con cui chiudeva una scena a casa dello psicoanalista Caruso Pascoski che lui stesso interpretava.



Se per chiunque era stata un'oretta di svago di un bravo attore/regista, per me era ovvio che l'artista cominciava ad agitarsi nei vestiti, inquieto e graffiante ma con un senso della poesia altissimo. Cose che si sono permessi in musica solo John Lennon ed Elvis Costello.

Vicende professionali, umane e di salute lo hanno travolto come mai é accaduto ad altri suoi colleghi, ma pare che siano pronte due sceneggiature e soprattutto un libro a lui dedicato.

Mi auguro di poterlo nuovamente applaudire al cinema e di poterlo rivedere in piena salute perché merita di regalarci un sorriso che non sia la solita battuta ad effetto a cui ci hanno assuefatto tv e radio comerciali da oltre quindici anni di lavaggio dei cervelli nazionali.

martedì 5 maggio 2009

Cui prodest hoc bellum?

Altre riflessioni sul caso che diventa delicato ed imbarazzante perché lega una figura istituzionale alla divulgazione pubblica della partecipazione ad una festa privata di una ragazza che chiama il Premier "Papi".
  1. ' OVVIO e più che altro risaputo che non è stato il primo politico con un'alta carica a fare cose simili. L'immaginario pubblico è portato tuttavia ad associare questi appuntamenti mondani ad un'agenda sociale in cui si rinnovano o si attuano patti o affari, ma tra i politici e i genitori dei festeggiati.
  2. Il giorno dopo il fatto tutta la stampa ne è immediatamente informata. Il che significa che la cosa è stata o pilotata o che è sfuggita al serrato controllo dei collaboratori del premier a causa della sua incontinente vanità esibizionistica. Una giornalista di Repubblica ieri ha rivelato infatti che molto stranamente per le abitudini del Premier questa visita a Napoli è stata organizzata in fretta e furia e solo due testate sono state accreditate tra cui "La Repubblica". Ora io non so se un giornalista terminata la CS non abbia altro da fare che seguire o fare seguire il corteo di vetture di un personaggio politico. :)) Ne deduco quindi che questa cosa sia stata "a rumour" fatto circolare ad hoc.
  3. Ma qui la domanda del titolo "cui prodest hoc bellum?". La domanda non è peregrina a mia parere. Lui ne ha pagato le conseguenze a livello privato rischiando uno scandalo che i media infatti stanno sedando lentamente. L'opposizione, a parte qualche considerazione iniziale, si è subito e giustamente ritirata dal chiasso mediatico perché avrebbe rischiato di essere accusata di essere arrivata veramente alla frutta qualora si fosse servita di questi mezzucci per provocare una crisi nazionale. E poi non avrebbero saputo sostenerla. Infatti le dichiarazioni sono a favore di una dovuta strategia della distanza.
Quindi cosa è successo? Ripeto, per chi mi legge, COSA E' SUCCESSO?  

La domanda non ha nulla a che fare con il fatterello in sé ma con le sue implicazioni morali, istituzionali, ha a che fare con il sospetto delle accuse ventilate su una carica che rappresenta il nostro paese in tutto il mondo.  
Ha a che fare con il sospetto di un innalzamento del livello di megalomania dell'uomo che veste la carica in Italia e nel mondo.  

Ha a che fare con l'adulterazione del tasso semantico popolare che genera senso rispetto ai limiti di ciò che è consentito e no.  

Io dichiaro pubblicamente il mio stato di allarme per questa condizione di orgia conclamata e invito tutte le persone di buon senso ad intervenire costruttivamente per capire cosa possiamo ancora fare civilmente per debellare questo virus sociale. Grazie

venerdì 1 maggio 2009

Trilok Gurtu

Trilok Gurtu

Un fenomenale musicista indiano di tabla il cui nome è apparso lagato alle tante collaborazione che ha avuto nel corso degli anni con grossi nomi del panorama internazionale (Andy Summers, Vernon Reid, Pat Metheny) tra cui spicca anche il nostro Ivano Fossati.

Un percussionista di cui devo approfondire la conoscenza.